SOIA E TUMORE AL SENO

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Il tumore più diffuso tra le donne è il carcinoma mammario

Purtroppo, nonostante molti progressi siano stati fatti in ambito oncologico, questo tipo di cancro spesso diventa resistente alla chemioterapia, alla radioterapia e alle terapie ormonali.
Si stima che ci siano ogni anno in tutto il mondo 14 milioni di nuovi casi e circa 8 milioni di decessi. Questa malattia, che colpisce anche gli uomini e gli individui transgender, nella maggior parte dei casi è estrogeno positiva, cioè la sua crescita è stimolata da ormoni sessuali femminili, gli estrogeni. Si pensa che la genetica non sia la causa principale del cancro al seno, piuttosto altri fattori come l’età al primo parto, l’età di inizio del menarca, l’età all’insorgenza menopausa, l’uso di contraccettivi orali, la razza ed etnia e la dieta sembrerebbero incidere molto di più.

In particolare la dieta ha un ruolo fondamentale sia nell’incidenza di questo tipo di neoplasia, che nella prognosi ed eventuali recidive.

La dieta in generale influisce per il 30-35% sia nell’insorgenza che nel decorso di qualsiasi malattia oncologica:

eccesso calorico, elevate quantità di grassi animali, zuccheri raffinati ed alcol aumentano il rischio di cancro, mentre antiossidanti e fibre contenuti nei cibi vegetali esercitano un effetto antitumorale.

Molto discusso in tale ambito è il ruolo della soia, alimento base in Asia, ma sempre più utilizzato anche nelle popolazioni occidentali.
La soia contiene isoflavoni, ovvero fitoestrogeni che possono influenzare le cellule del tumore mammario.
Ci sono molti studi che elogiano le proprietà positive degli isoflavoni della soia e tanti altri che addirittura li considerano in grado di promuovere lo sviluppo del cancro. In realtà dovremmo cercare di capire i meccanismi molecolari con i quali gli isoflavoni modulano il rischio di carcinoma mammario, ovvero come riescono ad entrare in sinergia con i recettori per gli estrogeni oppure al contrario come possono fungere da antagonisti per i recettori stessi; ci sono poi meccanismi di segnalazione ormonale, in cui intervengono gli isoflavoni, indipendenti dagli estrogeni che non possono essere tralasciati in questo contesto.

I fitoestrogeni sono composti vegetali strutturalmente simili ad estrogeni; ne conosciamo 5 classi principali: flavonoidi, isoflavonoidi, lignani, coumestani e stilbeni.

Gli isoflavoni dietetici non sono presenti solo nella soia, ma anche nei fagioli e nelle lenticchie. La quantità di isoflavonoidi consumata per via alimentare pro capite varia da 30 a 50 mg al giorno per gli anziani in Giappone a meno di 3 mg negli USA e in Europa. La dieta asiatica tradizionale è una dieta povera che si basa su alimenti derivati dalla soia originale di prima generazione (come il tofu, il tempeh, il miso e il latte di soia), mentre le diete occidentali prevedono oltre alla soia diverse fonte alimentari come la carne, il pesce, i prodotti caseari, le uova ed i cereali. Inoltre, nella dieta occidentale la soia è di seconda generazione molto diversa da quella asiatica (parliamo infatti di soia OGM, coltivata con l’utilizzo di sostanze chimiche e trasformata industrialmente).

Gli isoflavoni della soia possono legarsi ai recettori degli estrogeni e quindi possono sia inibire che promuovere l’espressione di geni sensibili agli estrogeni. Molti studi indicano che l’insorgenza di cancro al seno è decisamente inferiore nelle popolazioni asiatiche proprio perché le persone consumano regolarmente molti isoflavoni per via alimentare sin dall’infanzia. L’esposizione precoce alla soia sembrerebbe un elemento fondamentale per la prevenzione oncologica. Ma l’interesse per gli isoflavoni è ampio, infatti essi vengono utilizzati con successo anche per attenuare i disturbi della menopausa e sono un’alternativa alla terapia ormonale sostitutiva.

Non solo, gli isoflavoni sembrerebbero avere la capacità di attivare il sistema immunitario e proprietà antineoplastiche come l’inibizione degli enzimi necessari per la replicazione del DNA, per la metastatizzazione e per la trasduzione dei segnali. Sappiamo che gli estrogeni inducono la progressione del cancro al seno ed interventi dietetici (e non solo) mirati al blocco o alla riduzione della produzione estrogenica sono associati ad una prognosi favorevole in pazienti con carcinoma mammario.

Molti studi però che dimostrano un’associazione inversa tra consumo frequente di isoflavoni della soia e rischio di cancro al seno, altri studi dichiarano che gli isoflavoni di soia non hanno effetti estrogenici negli esseri umani e concludono dicendo che una dieta contenente derivati della soia può essere considerata sicura anche nei pazienti con rischio di recidiva. Ancora altri studi confermano un effetto chemioprotettivo e preventivo nei confronti di eventuali recidive nei pazienti con carcinoma mammario. Approfondendo l’argomento, si è scoperto che la genisteina (un isoflavone della soia) è in grado di sopprimere le cellule di carcinoma mammario, sia in vitro che in vivo nei topi, e di inibirne sia la crescita che la metastatizzazione. La daidzeina (altro isoflavone) ha proprietà antiossidanti ed effetti anti proliferativi associati alla capacità di indurre apoptosi e di inibire la migrazione cellulare.

Gli isoflavoni, in generale, sono in grado di inibire un enzima chiave, la 17 beta-idrossisteroide deidrogenasi, necessario per convertire l’estrone nella sua forma attiva: l’ estradiolo. Molti degli effetti antitumorali degli isoflavoni però si attuano attraverso vie di segnalazione estrogeno-indipendenti (es. la genisteina è in grado di inibire la trascrizione di metalloproteinasi di matrice coinvolte nella metastatizzazione; riesce a regolare vari percorsi molecolari che coinvolgono geni come Bcl-2, Bax, NF-kB, Akt, BRCA, p53; downregola i miR-155 associati al carcinoma mammario). Purtroppo però questi isoflavoni sono anche fitoestrogeni e come abbiamo detto prima, gli estrogeni possono indurre carcinogenesi. Effettivamente queste preoccupazioni non sono infondate e ci sono molti studi che dimostrano, contrariamente a quelli elencati prima, come la genisteina a diverse concentrazioni (alcune simili a quelle che si potrebbero introdurre con la dieta) induce crescita neoplastica nei topi, sia in vitro che in vivo, attraverso la modulazione dei recettori per gli estrogeni.

Uno studio mette in evidenza come il consumo alimentare di daidzeina stimoli la crescita di cellule di carcinoma mammario legandosi al recettore per gli estrogeni. Ancora altri dichiarano l’interferenza tra isoflavoni e tamoxifene ( farmaco antitumorale appartenente alla famiglia dei modulatori selettivi del recettore degli estrogeni), bloccandone l’effetto terapeutico. Alcuni autori correlano la genisteina con un’attivazione incontrollata del ciclo cellulare sempre attraverso il recettore per gli estrogeni. In un altro studio si dimostra come le cellule tumorale trattate con genisteina siano in grado di eludere l’apoptosi. Infine sembrerebbe che la genisteina sia anche in grado di aumentare i livelli di mRNA associati al carcinoma della mammella. Presumibilmente la genisteina legandosi al recettore per gli estrogeni attiva una serie di geni estrogeno dipendenti correlati con la proliferazione cellulare.

Ci troviamo quindi di fronte ad un panorama confuso, dove gli isoflavoni della soia hanno sia effetti estrogenici che antiestrogenici, effetti opposti. Bisogna sempre considerare che gli esperimenti in vitro sono ben lontani da quello che succede in un essere vivente e che il topo non è l’uomo. Inoltre non esiste una dieta a base di isoflavoni standard su cui basarsi, anzi tanti sono gli alimenti che li contengono e questo rende difficile il confronto e l’analisi dei dati provenienti dai vari studi. La soia stessa è differente in base al tipo di coltivazione (geneticamente modificata o meno), di trattamenti fitochimici a cui è sottoposta (biologica o meno) e i cibi che ne derivano differiscono in base al tipo di lavorazione (artigianale o industriale). Sicuramente nuovi studi standardizzati saranno necessari per fare chiarezza. Va capito anche se altri alimenti contenenti isoflavoni (come fagioli, asparagi, lenticchie, ecc…) possono essere sicuri o meno in un contesto oncologico.

Va chiarito anche il momento in cui è utile ingerire gli isoflavoni perché il loro effetto protettivo sembrerebbe esplicarsi solo se utilizzati in età infantile, mentre nelle donne occidentali che iniziano a consumare la soia in età adulta non si evidenziano i benefici. Infine bisogna considerare la situazione del microbiota intestinale di ogni individuo. Oggi parliamo di “Estroboloma” cioè l’insieme dei geni dei microbi intestinali in grado di metabolizzare gli estrogeni, regolandone i livelli circolanti ed escreti a livello enteroepatico. I microbi dell’estroboloma producono l’enzima beta-glucuronidasi, in grado di trasformare gli estrogeni nelle loro forma attiva (estradiolo).

L’estradiolo circolante è in grado di legarsi ai recettori degli estrogeni, influenzando tutti i processi fisiologici dipendenti dal legame tra estradiolo e recettore estrogenico. Se l’intestino è sano e in eubiosi, ovvero le varie specie microbiche sono in equilibrio tra loro, l’estroboloma produce la giusta quantità di beta-glucuronidasi e l’omeostasi degli estrogeni viene mantenuta. Se invece è presente disbiosi intestinale, l’attività della beta-glucuronidasi può essere alterata con conseguente carenza o eccesso di estrogeni liberi. L’estroboloma potrebbe la chiave che determina gli effetti dei fitoestrogeni sui livelli endogeni di estrogeni circolanti.

In conclusione sembrerebbe logico utilizzare il principio di precauzione e limitare il più possibile il consumo di fitoestrogeni in caso di tumore al seno (e non solo) estrogeno dipendente, per lo meno fino a quando nuovi studi non faranno chiarezza in merito.

Bibliografia:

S. Ziaei et al.; Medicines 2017;

M. Kwa et al.,J Natl Cancer Inst 2016;

 

Dott.ssa Edy Virgili

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